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In primo piano

L'asta della XII alla corte del vino
L’Asta che inaugura la XII edizione di Alla Corte del Vino, sarà battuta da Gaddo della Gherardesca e allestita all’interno di Villa Le Corti durante un pranzo di gala preparato da Fulvio Pierangelini.
Nomi importanti che rappresentano e raccontano la Toscana per un grande obiettivo: sostenere la ricerca sui tumori infantili.
Il ricavato del pranzo e della vendita all’asta di oltre 30 lotti verrà devoluto all’Associazione 7° piano di Milano e alla Fondazione dell’Ospedale Meyer.
Il nostro cuore, la nostra fantasia, le nostre risorse per una causa giusta.
Difficile aggiungere altro se non che la semplice conoscenza di una simile realtà diventa il miglior stimolo a fare qualcosa.

Clotilde e Duccio Corsini

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12/16/09
Questa storia è ispirata a un fatto realmente accaduto, il crollo della scuola Francesco Jovine di San Giuliano di Puglia avvenuto il 31 ottobre del 2002.

Un calcio di punizione

Quando Mirko si è avvicinato in area, un ragazzone lentigginoso e con una zazzera rossofuoco lo ha buttato a terra. È andato giù come un sacco di patate e l’arbitro ha fischiato il calcio di punizione.
Mirko è sempre stato il più veloce di tutti, segna in ogni partita, e se continua così, il mister dice che diventerà un grande calciatore, un goleador.
Io sono felice per lui, perché è il mio migliore amico da sempre, da quando eravamo tanto piccoli che non riuscivamo ancora a parlare. I calci al pallone però gli abbiamo sempre saputi tirare. Sua madre mi vuole bene e mi dice sempre «Tu sei Angelo di nome e di fatto», perché al contrario di Mirko non faccio disperare i miei genitori e, quando arriva sera e siamo stanchi e sudati dal gran giocare, rientro a casa senza farmi chiamare due volte.
Io ho la maglietta di Del Piero appesa nella stanza e c’è anche la sua firma, proprio al centro. Papà l’ha appesa nel punto più luminoso della camera, in alto, dove però non riesco ad arrivare, così ogni tanto mi arrampico per vederla da vicino. Lo faccio di nascosto, perché i miei genitori hanno paura che cada e mi faccia male.

Il mister oggi mi ha fatto giocare dall’inizio del secondo tempo, mi ha detto «Vai», semplicemente, però ha sorriso e il suo volto per un momento si è illuminato, e anche il mio, ne sono sicuro: erano quattro anni che aspettavo questo momento.
Ho preso il mio posto e ho giocato bene, ma alla fine avevo il fiato corto. Però il mister mi ha lasciato lì, anche se ogni tanto rincorrevo un palla che era già rotolata altrove, anche se qualche volta sbagliavo un passaggio. Nessuno dei miei compagni ha detto nulla, neppure Raffaele che spesso si arrabbia come un matto, se non gliela passi quando vuole lui. Ha detto soltanto «Sta’ più attento».
Mirko ora si è rialzato da terra, i pantaloncini bianchi sono diventati verdi e le ginocchia rosse e sbucciate come mele. Si avvicina alla punizione e schiaccia la palla facendola ruotare contro il terreno come se dovesse avvitare una vite. Quel gesto lo conosco perché gliel’ho visto sempre fare, poi tira e la palla finisce in porta. Ma oggi Mirko mi guarda e dice «Vuoi tirare tu?».
Io resto con la bocca un po’ aperta e l’aria mi soffia in gola dritta fino allo stomaco, come succede quando qualcosa mi sorprende molto. Me ne sto dritto in mezzo al campo, e forse ciondolo un po’ perplesso, quando una pacca sulla spalla mi riscuote. È Mirko. Mi fa: «E dai Angelo, tira tu!». E anche il mister sorride e con la testa fa cenno di avvicinarmi alla palla.

Sul calcio piazzato io ero il più bravo di tutti qualche anno fa. Mi allenavo dietro il cortile di casa, con Mirko. Un giorno ha portato delle canne di bambù e le ha piantate a terra, per avere una barriera da saltare con i nostri pallonetti. Lui tirava forte e dritto sulle canne, che nel giro di una settimana erano diventate inservibili. Ma io stavo attento, riuscivo a scavalcarle sempre e, quando la palla si impennava sopra i bambù, mi sentivo forte come Del Piero.
Ma questo succedeva tanti anni fa. Oggi in barriera ci sono quattro ragazzi robusti. Mi fanno un po’ paura, anche se so che sono spaventati come me. Non mi conoscono, per questo mi temono. Io invece le mie gambe e i miei piedi li conosco bene: ogni cicatrice, ogni nervo, ogni dettaglio. Eppure anch’io ho paura.
È questo timore condiviso a darmi quel po’ di coraggio, quel tanto che basta, allora comincio a correre verso la palla con le gambe intorpidite e un formicolio che risale lungo la schiena. È una sensazione che conosco.

Sono passati quattro anni.
Ero a scuola un mercoledì di fine ottobre. La maestra spiegava le addizioni e aveva diviso un sacco pieno di caramelle tra i miei compagni di classe. A me ne erano toccate tre e a Mirko, che era mio compagno di banco, due. Prima che arrivassimo a contare fino a cinque Mirko aveva mangiato le sue. La maestra ci aveva scherzato su: «Vorrà dire che le sottrazioni le spiegherò la prossima settimana». Mi aveva divertito, perché Mirko faceva sempre di testa sua, ma la maestra riusciva a trovare il modo per riderci sopra, senza ramanzine.
In quell’istante preciso un boato coprì le nostre risate e la terra sotto i nostri piedi cominciò a tremare. Qualcuno urlò, altri tentarono di correre verso la porta, ma accadde tutto così in fretta che nessuno riuscì a fare nulla.
Ricordo di essermi risvegliato, ma non vedevo nulla. Non c’era luce, avevo freddo e faticavo a respirare. Sentivo solo un formicolio che saliva dalle gambe fin sopra la schiena. Ma non potevo muovermi. Avevo le gambe bloccate sotto un cumulo di travi e banchi di legno fatti a pezzi. Il terremoto aveva fatto crollare la scuola e io ero prigioniero tra le macerie.
Non so quanto tempo ci volle prima che riuscissi a piangere, perché le lacrime non volevano uscire.
E poi, sotto quelle macerie, dentro la mia testa, avevo molto da fare: dovevo vincere una partita.
Ero allo stadio Delle Alpi, giocavo nella Juventus ed ero il numero dieci. Tutti i miei compagni contavano su di me. Giocavo benissimo, nessuno riusciva a marcarmi mentre sfrecciavo verso la porta. Dribblavo la difesa come una trottola e segnavo. Poi correvo sotto la curva orgoglioso e felice, aprivo le braccia ridendo a occhi chiusi, sotto una pioggia di applausi. Tornato in campo, il frastuono della curva non smetteva, anzi aumentava e cominciava a rimbombarmi nelle orecchie. Giravo confuso fra i miei compagni, mentre la partita sembrava non finire più. Forse l’orologio dell’arbitro s’era bloccato e intanto quel coro di grida cresceva, non la smetteva di tormentarmi. Era come il ronzio di una radio, sempre più forte. Sembrava che non venisse più da fuori, che crescesse dentro di me, come se una nuvola nera di mosche mi stesse esplodendo nella testa.
Intanto il campo cominciava ad allungarsi, a restringersi, a diventare una ragnatela, una distesa di onde e mille altre cose. Poi di colpo la radio nella mia testa smise di ronzare e le ali delle mosche si fermarono. Ci fu un attimo di silenzio. Come se tutto fosse tornato normale. Anche il campo sembrava essere quello di sempre. Ma sotto i miei piedi stava succedendo qualcosa.
La terra all’improvviso s’impennò, e il campo si trasformò in uno scivolo altissimo che fissavo con il naso all’insù. Allora cominciai ad aver paura. Dalla cima dello scivolo vedevo dei puntini neri cadere giù disordinati, sempre più veloci, sempre più vicini. Pensavo fossero le mosche. “Vogliono tornare nella mia testa” mi dissi. Di scatto chiusi la bocca, cercai di coprirmi le orecchie e il naso. Poi riguardai lo scivolo verde. I puntini si erano fatti più grandi.
Non erano le mosche. Erano i miei avversari. Piombavano in caduta libera verso di me, come degli enormi sassi lanciati nel vuoto. Provavo a schivarli, ma molti di loro mi colpivano, i loro corpi mi travolgevano facendomi male, fino a che il dolore divenne insopportabile e allora caddi, schiacciato sotto un peso insopportabile. Tutt’intorno c’era solo buio e silenzio.

«Forza campione.»
Finalmente una voce mi riscosse dal sogno. Era la voce di mio padre. C’erano dei vigili del fuoco insieme a lui. Mi trascinarono via e quando fui fuori le lacrime uscirono come fiumi, impastandosi sulla mia faccia impolverata. Vidi la luce e il profilo di una folla commossa che applaudiva.

Da allora ho passato molto tempo in ospedale. I medici parlavano tra loro. Mia madre spesso piangeva, aveva paura che non sarei più riuscito a camminare. Ma questo l’ho saputo solo dopo, perché quando veniva al mio letto, per me aveva solo sorrisi e carezze.
Io facevo finta di stare bene, anche se provavo un dolore terribile. Tutte le infermiere avevano un debole per me e sorridevano sempre, certe che sarei tornato presto a correre e a giocare a pallone. E io sapevo che sarebbe andata così.
Quando le medicine cacciavano via il dolore, avevo il tempo di pensare e tornavo a vedermi sotto la curva, a sentire l’applauso dei tifosi che gridavano il mio nome.
Ma poi il dolore tornava a ricordarmi che ero in un letto di ospedale, e ogni sogno si interrompeva all’immagine di me stesso steso a terra incapace di alzarmi per tirare quel maledetto calcio di punizione.

Sono passati quattro anni e oggi è la prima volta che la palla mi aspetta lì, avvitata a terra, pronta per essere calciata.
E quando mi avvicino con le gambe intorpidite e quel formicolio speciale, so che questa punizione la batterò finalmente per davvero.
Lo stadio non è il Delle Alpi, ma in tribuna, vicino alla rete, ci sono mia madre che sorride e mio padre che porta un cappello per ripararsi dal sole. Quando mi vede se lo toglie, perché così possiamo guardarci negli occhi.
Davanti a me quattro ragazzi mi squadrano dalla testa ai piedi, per capire come tirerò, in che direzione. Nel loro sguardo mi sembra ci siano tutti gli occhi del mondo. E io lo so che sono occhi nervosi, impauriti. Come e più dei miei. Così mi sembra che non siamo poi tanto diversi, io che ho atteso così a lungo e loro che aspettano per qualche secondo di troppo, mentre rallento e mi fermo di fronte alla porta e mi guardo intorno. E corro sul campo illuminato dal sole, mentre il vento mi accarezza i capelli e il profumo dell’erba sale da sotto i miei piedi.
La palla si impenna, ma non abbastanza. Un ragazzo alto più degli altri ha saltato come per grattare il cielo e ha intercettato il mio colpo.
E quando la palla finisce sopra la traversa, sento il peso di tutti questi anni proprio sulle mie spalle e non riesco a trattenere due lacrime che già spuntano agli angoli dei miei occhi. Allora mi viene di correre via a nascondermi e siccome sono voltato faccio fatica ad accorgermi di quello che succede. So solo che qualcosa mi blocca e quando apro gli occhi capisco che sono i miei compagni di squadra che mi sono corsi dietro e mi afferrano e mi abbracciano e sorridono. Anche mamma e papà sono arrivati al bordo del campo e mentre lei si asciuga le lacrime col dorso della mano, lui stringe i pugni per incoraggiarmi. Perfino il volto del mister è illuminato da uno dei suoi rari sorrisi.

Quella punizione alla fine l’ho tirata e poco importa se la palla si è infranta contro la barriera. La prossima volta curvo meglio la schiena. La prossima volta sarà un gran goal.
Come quelli di Del Piero.

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